San Benedetto nel territorio di Stroncone:
una nuova proposta di lettura


Claudia Angelelli - Claudia Andreani


I caratteri dell'insediamento

Ricostruire la storia dell'abbazia di S. Benedetto equivale ad evidenziare le linee di sviluppo del territorio [Nell'elaborato seguente C. Angelelli ha curato le parti relative all'inquadramento storico-topografico (paragrafo 1) e all'analisi tecnica del monumento (paragrafo 3); C. Andreani quelle relative alle fonti documentarie (paragrafo 2) e all'esame tipologico-stilistico (paragrafo 4)] di Stroncone, che si pone all'estremità meridionale della conca Ternana, area intensamente antropizzata e caratterizzata da forme insediative fin dall'epoca protostorica. Per l'epoca preromana, l'occupazione del territorio, presumibilmente su insediamenti d'altura, richiama un'organizzazione di tipo paganico-vicana [Il Lanzi (Sull'abbazia di S. Benedetto in Fundis presso Stroncone, Terni 1885, p. 7) riferisce che nell'area poi occupata dall'abbazia furono rinvenute "urne cinerarie di travertino appartenenti all'età primiera dei Sabini"]. Ritrovamenti sporadici caratterizzano anche il periodo successivo: la sommità del colle di S. Antimo presenta una vasta area di dispersione di frammenti archeologici, mentre rinvenimenti occasionali sono stati effettuati nella stessa Stroncone [Sull'epigrafe della gens Valeria vista all'interno della chiesa di S. Benedetto cfr. ASNS, cass. s.n., T. Costanzi , Notizie storiche, compendiate l'anno 1833, della Chiesa Abbaziale di S. Benedetto in Fundis nel territorio di Stroncone, spettante al dominio dell'E.mo Rev.mo Sig. Cardinale Ludovico Gazzoli, cass. non inv. (in seguito abbreviato: San Benedetto); G. Angeletti, San Benedetto in Fundis nel territorio di Stroncone, "Memoria Storica", 3, giugno 1993, pp. 71-89, segn. p. 71]. La traccia più consistente di quest'epoca resta tuttavia la viabilità, essendo il territorio stronconese integrato in una rete viaria di primaria importanza, costituita dal diverticolo della Salaria in direzione di Rieti e dalla via Curia [Cfr. C. Perissinotto , in AA.VV., I Centri Minori. Dalla storia al recupero dell'identità, Perugia 1992, p. 20, fig. 5, c-d]. Tale assetto stradale rimase probabilmente immutato per tutta l'epoca medioevale, affiancato da una serie di percorsi minori posti su una linea di mezza costa: uno di questi attraversava direttamente Stroncone, dirigendosi poi verso Rieti per i Piani di Ruschio [Il percorso, in gran parte corrispondente a quello attuale, è ricordato dalla cartografia di XVI e XVII secolo come "Via Sabina", cfr. M. Giubilio, Le piante et i ritratti della Sabina, Roma 1592]. Un nuovo dato è stato fornito dalle ricognizioni effettuate nei dintorni di S. Benedetto, che hanno permesso di individuare un taglio stradale antico, ora manomesso dal passaggio del moderno sentiero. Il percorso, osservabile per circa 1 Km, segue un tracciato parallelo rispetto a quello attuale, addossandosi al pendio roccioso, che risulta tagliato per tutto il tratto considerato. E' probabile che questa strada, la cui cronologia è difficile da stabilire, avesse l'importante funzione di collegare i due versanti opposti della dorsale montuosa, raccordandosi poi con la viabilità maggiore. Per quanto riguarda la situazione territoriale nell'altomedioevo, la toponomastica non sembra fornire dati risolutivi. Rare e dubbie le tracce relative a strutture di tipo prediale, come sembrano testimoniare alcuni nomi con suffisso in "-ano", quali Arcagnano, Vascigliano, Marsciano [Si potrebbe ipotizzare, come per l'affine Vasciano, una derivazione da Vassius, altrove attestato in Umbria, cfr. G.B. Pellegrini, Osservazioni di toponomastica umbra (Il filone dei nomi locali prediali), "Atti del V Convegno di Studi Umbri", Perugia 1980, pp. 171-234, segn. p. 232; lo stesso dicasi per Marsciano da Marsius (ibidem, pp. 213-214)]. La maggiore quantità di attestazioni si ha per toponimi riferiti alla morfologia del terreno (Vallelunga, Colle, Collerello, Le Schieje [Il toponimo indica "macigno o scoglio irto di asperità anche per la presenza di frammenti taglienti originati per distacco", cfr. A. Melelli, M.E. Sacchi de Angelis, Territorio e termini geografici dialettali dell'Umbria, Roma 1982, p. 131], Coppe), all'idrografia (Acquaviva, Acqua del Carpino, Fonti) e alla vegetazione (Collestreppare, Vallecupa, Laco Moro, La Lecina, Macchia Morta, Monte Carpenette): scarsi i riferimenti ad attività agricole (Le Canepine). E' notevole la permanenza di alcuni di questi nomi ("Maccla Mortua que vocatur Ferone", "Carpenetulus", "podio Coppae", "loco ubi dicitur Collis"), documentati dal Regesto di Farfa fin dal XI secolo [RF, IV, doc. 709, pp. 110-111, a. 1012: ivi, V, doc. 1181, pp. 180-181, a. 1100], mentre non siamo in grado di stabilire con certezza il momento di formazione degli altri toponimi, documentati soltanto da fonti tardomedioevali o moderne [Fondamentali, per la ricostruzione del patrimonio toponimico, risultano il Catasto Piano (AST, CCT, Catasto Gregoriano, 176, passim) e le mappe 1:1000 del Cessato Catasto Terreni (AST, CCT, Mappe, "Stroncone", cass. 12, ff. 1-16)]. La toponomastica contribuisce tuttavia a delineare alcuni importanti aspetti del sistema territoriale, configurando l'area come marginalmente interessata dalla presenza umana e organizzata in strutture insediative complesse soltanto nell'XI secolo, con la creazione del castrum Stronconii. In questo quadro si inserisce il monastero di San Benedetto, che, formando un sistema unico con il vicino San Simeone, si pone in relazione non soltanto con Stroncone e aree adiacenti, ma anche, sul versante opposto, con l'abitato di Miranda, documentato come castrum dal 1143 [ASCN, Diplomatico, 1 Settembre 1143; cfr. A. Diamanti, C. Mariani (a cura di), Il fondo diplomatico dell'Archivio Storico Comunale di Narni, Terni 1986, p. 3]. Questo rapporto tra insediamento monastico e centri abitati appare ulteriormente rafforzato, nel nostro caso, dalla presenza del percorso viario individuato nei pressi dell'abbazia, dato, quest'ultimo, che induce ad una definitiva revisione del concetto di isolamento del complesso abbaziale, che anzi appare collocato in una posizione strategica per l'adempimento delle sue funzioni.

Le testimonianze delle fonti

Solo di recente, nell'articolo di G. Angeletti [Art. cit., p. 72], si è avuta una chiara presa di posizione nella "vexata quaestio" relativa al noto documento 1225 del Regesto Farfense [Nel testo il re Desiderio conferma alcune donazioni fatte all'abbazia di Farfa dalla regina Ansa intorno agli anni 770-774, precisamente "curtem unam et massam in Sextuno et alteram curtem in Vallanti ubi Monasterium Christo protegente fundare disponis. Et tertiam curtem cum massa in Narnate, finibus reatinis". Cfr. RF], erroneamente e per lungo tempo ritenuto l'atto di fondazione della nostra abbazia: gioverà qui ripetere i punti fondamentali della discussione. Innanzitutto non si rilevano nel documento riferimenti a nomi o luoghi connessi a S. Benedetto: se si considerano poi i termini Narnate o narnatinus, essi compaiono nel Regesto di Farfa costantemente associati a sostantivi come massa, castaldatus, territorium [RF, II, doc. 256; III, docc. 365, 537, 564, 565, 568], mentre Narnate si qualifica come curtis in Amiterno o in comitatu Furconino [RF, IV, doc. 879]. Tutto ciò esclude qualsiasi tentativo di identificazione con Narni, costantemente qualificata, nel Regesto, con l'aggettivo narniensis, per cui dovremmo intendere il toponimo riferito a "una zona nell'ambito reatino situata sopra Antrodoco (Interocro) e l'odierna Leonessa, proprio in uno spazio fra il fiume Corno e gli Appennini" [G. Angeletti , art. cit., p. 72]: la corretta traduzione dell'espressione "finibus reatinis" non è infatti "ai confini" bensì "nel territorio di Rieti". Ad ulteriore conferma il nome di S. Benedetto di Stroncone non compare in nessun luogo del Regesto, fatto inspiegabile se il monastero fosse stato effettivamente donato all'abbazia già nel 771. Non sembra infine accettabile pensare che questo sia stato incluso nelle pertinenze della grande abbazia di Farfa insieme al castello di Stroncone, la cui annessione, tra l'altro, è testimoniata dal Ciaconiusm [A. Chacon, Vita et res gestae Pontificum Romanorum et S.R.E. Cardinalium, t. IV, Roma 1677, p. 269, a. 1156] ma non dal Regesto, che nomina solo alcune proprietà di singoli [RF, V, docc. 1084, 1132, 1253]: a tal punto sembra lecito ipotizzare o che sia stato edificato in data posteriore all'ultimo documento farfense oppure, più probabilmente, che abbia costituito un organismo indipendente [Biblioteca Conventuale di S. Francesco di Stroncone, A. Coletti, Notizie su Stroncone desunte dal Florigerus e da altri Reg. dell'archivio di Farfa, ms., a. 1809; cfr. G. Angeletti , art. cit., p. 73]. Questa assenza dalle carte farfensi rende problematica la ricostruzione della storia dell'abbazia, in particolar modo delle vicende iniziali, data la totale mancanza di documenti scritti ad esse relativi. Allo stato attuale della ricerca la fonte più antica è l'atto di donazione della chiesa di S. Nicolò di Stroncone [ASNS, Diplomatico, 1182 febbraio 11; ibidem, T. Costanzi, Notizie storiche di Stroncone, s.l., 1809, ms., c. 157], attestante l'esistenza dell'abbazia di S. Benedetto nell'anno 1181. Come testimonia l'epigrafe ancora oggi murata a sinistra del portale di S. Nicolò, il lascito fu confermato qualche tempo dopo, nel 1185, e costantemente rinnovato nel corso degli anni [F. Treccia (a cura di), Memoriale del convento di S. Francesco di Stroncone di A. Contessi, 1634-1642, Stroncone 1990, p. 241, App. II, a. 1394; rogito del notaio Gio. Angelo Cecchini, 1520 febbraio 19; rogito del notaio Petrucci di Stroncone, 1529 ottobre 23; P. Lattanzi, Istrumenta, 1550 gennaio 11 (in ASNS, cass. s.n., T. Costanzi, S. Benedetto, cc. s.n.)]: ciò naturalmente rende inaccettabile la notizia del Jacobilli che pone la fondazione dell'abbazia nel 1203 [L. Jacobilli, Vite dei santi e beati dell'Umbria, III, Foligno 1647-1661, p. 315]. Per quanto riguarda gli altri possedimenti progressivamente acquisiti dall'abbazia, il più antico elenco risale al 1487[AST, ASCT I, Catasti Antichi, "Catasto dei luoghi pii", b. 2144, cc. 28-29, "Ecclesia Sancti Benedicti de Stronconio"], a cui si aggiungono le seriori redazioni di un anonimo alla metà del XVII secolo [F. Treccia , op. cit., p. 242, App. II] e del notaio Pandolfi nel 1728 [ASNS, cass. s.n., T. Costanzi, San Benedetto, cc. s.n., "Inventario di tutti li Beni stabili, frutti, rendite, raggioni, ed azzioni dell'Abbadia di S. Benedetto posta nel Territorio di Stroncone Diocesi di Narni. Copia della redazione eseguita per mons. Giacinto Sacripante in esecuzione degli ordini emanati da Benedetto XIII nel Concilio Romano". Una nota a margine del Costanzi spiega che l'atto fu rogato dal notaro Giuliano Panfilj di Narni nel 1728, sottoscritto ed approvato dal Vescovo di Narni Mons. Terzago il 29 agosto dello stesso anno ed esposto nel Palazzo Vescovile]. Secondo quanto riferito dall'Anonimo [F. Treccia , op. cit., p. 59], anche la chiesa di S. Simeone, fondata e abitata in origine da monaci benedettini, faceva parte delle dipendenze di S. Benedetto in funzione di ospedale e foresteria per l'accoglienza e la cura dei viandanti. Questa primitiva funzione, oltre che dalla concomitante posizione geografica, può essere suffragata dalla struttura architettonica a navata unica con volta a botte [AA.VV., Produzione artistica francescana: ricerca, memoria e conservazione, catalogo della mostra a cura della Soprintendenza AA.AA.SS. dell'Umbria, Perugia 1983, p. 51; A. Bellelli , in AA.VV., Umbria Minore, Cinisello Balsamo 1990, p. 89], particolarmente adatta a tale scopo, ma in parziale contrasto col dato che vede San Simeone come monastero autonomo sotto il controllo di Farfa fin dal 1012 [Cfr. nota 7]. La vitalità del monastero nel corso del XIII secolo e la sua partecipazione ai problemi e alle correnti dell'epoca è testimoniata da due lettere di papa Gregorio IX [1232 marzo 5; maggio 2. F. Ughelli, Italia Sacra sive de Episcopis Italiae, I, Roma 1644, pp. 1017-1018], in cui, venendo incontro alla richiesta dell'abate e dei monaci di S. Benedetto, chiese al vescovo di Narni l'assenso per concedere loro di passare all'ordine cistercense, unendosi al monastero di S. Matteo di Rieti; il pontefice sollecitò poi tale unione dando incarico per l'attuazione a Giacinto, suo cappellano e canonico di S. Pietro. Il passaggio, che avrebbe potuto essere giustificato da motivi di carattere spirituale e storico, in realtà non ebbe mai luogo, né è possibile reperire le cause di tale decisione. Allo stesso periodo appartengono le testimonianze delle decime pagate alla Chiesa di Roma [P. Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Città del Vaticano 1952, pp. 479 ss., docc. 7228, 7336, a. 1275; 7366, a. 1276; 7452, 7486, a. 1277; 7524, a. 1278; 7565, 7592, a. 1279; 7635, 7657, a. 1280] ed è interessante notare una progressiva diminuzione dell'importo dovuto, forse a causa di un sopraggiunto impoverimento dei beni abbaziali, tanto che, nell'ultima raccolta registrata (1297), il nome di S. Benedetto non compare più tra i tributari. Parimenti, la cifra di 33 fiorini e mezzo registrata nel "Liber Taxarum" di tutte le chiese e monasteri è la più bassa in assoluto della diocesi di Narni e di tutte le altre [A. Tamburini, De iure Abbatum et aliorum praelatorum, Roma 1640, p. 505; A. Tenneroni , L'Umbria nei Libri Taxarum di tutte le chiese e i monasteri, Perugia 1910, p. 10; G. Angeletti , art. cit., p. 77, nota 10], apparendo irrisoria al confronto con le centinaia o migliaia di fiorini dovuti dagli altri monasteri italiani o stranieri. Questo complesso di dati potrebbe attestare una situazione, se non di estrema povertà, almeno di leggera indigenza, deducibile anche dall'esiguità del complesso monastico e dalla posizione inadatta a favorire coltivazioni redditizie. E' probabile che le difficoltà fossero progressivamente aumentate: in tal caso l'assenza dell'abbazia dalle Rationes Decimarum del 1297 potrebbe non essere casuale ma significare, al contrario, l'impossibilità di sostenere il gravame fiscale. Le fonti d'archivio [1394, febbraio 20 (ASNS, atto singolo nella cassa delle pergamene, non inv.); agosto 13 (ivi, n. inv. 247, c. 5); anno 1395, marzo 21 (ivi, n. inv. 247, c. 10v); agosto 8 (ivi, n. inv. 247, c. 15v); anno 1398, gennaio 13 (ivi, n. inv. 247, c. 24v); maggio 22 (ivi, n. inv. 247, c. 31v); giugno 7 (ivi, n. inv. 247, c. 32v); luglio 30 (ivi, n. inv. 247, c. 38r); agosto 3 (ivi, n. inv. 247, c. 41v); anno 1399 o 1400, agosto 18 (ivi, n. inv. 247, c. 53r). La raccolta completa delle fonti archivistiche relative all'abbazia è contenuta nel recente studio di C. Mazzoli, San Benedetto in fundis di Stroncone. La storia e la memoria (in corso di stampa), le cui bozze sono state cortesemente messe a nostra disposizione dall'Autore] e la lastra sepolcrale dell'abate Nicola [L'epigrafe si trova attualmente presso il Palazzo Comunale di Stroncone: ASNS, cass. s.n., San Benedetto, c. s.n., a. 1330. Lanzi (op. cit., Tav. I, App. VII) la dice conservata ai suoi tempi a Palazzo Gazzoli di Terni] indicano una frequentazione del luogo nel corso di tutto il XIV secolo, mentre, per il secolo successivo, numerosi atti notarili rogati alla presenza dell'abate di S. Benedetto, testimoniano l'importanza del monastero, almeno a livello rappresentativo, e la persistenza di una moderata attività economica, esplicantesi attraverso atti di cessione e di compravendita [Breve di Eugenio IV del 1433, giugno 14 (L. Silvestri, Collezione di memorie storiche tratte dalle antiche riformanze della città di Terni dal 1387 al 1816, Terni 1856, II, 8, 57; F. Lubin, Abbatiarum Italiae brevis notitia, Roma 1693, p. 375); Anno 1447, ottobre 18 (ASNS, n. inv. 258, c. 3r); ottobre 19 (ivi, n. inv. 258, c. 3r); ottobre 19 (ivi, n. inv. 258, c. 3r); anno 1452, agosto 14 (ivi, n. inv. 282, c. 6v); anno 1455, settembre 21 (ivi, n. inv. 282, c. 31r-v); anno 1459, agosto 26 (ivi, n. inv. 263, c. 7r); anno 1460, gennaio 13 (ivi, n. inv. 258, c. 21v); anno 1487, ottobre 22 (ivi, n. inv. 330, cc. 15v-16r)]. Piuttosto oscuro è, invece, il motivo del coinvolgimento dell'abate nella fondazione di un ritiro con clausura da effettuarsi ad opera di Andrea Calamori di Terni, forse indice di una personale giurisdizione sui luoghi interessati [L. Wadding , Annales minorum seu Trium Ordinum a S. Francisci institutorum, t. XII, Roma 1731-1886, p. 187, LXI]. Una svolta decisiva nella storia dell'abbazia si ebbe nel 1492, quando, con una bolla di Alessandro VI [ASNS, T. Costanzi, Notizie storiche..., op. cit., c. 157, 25 agosto 1492; cfr. anche G. Angeletti , art. cit., p. 75], essa venne tolta agli abati monastici e istituita in commenda secolare. La decisione fu forse presa dal pontefice per favorire un suo protetto, che avrebbe così usufruito delle rendite, ma è possibile che la scelta sia stata effettuata anche per la sempre più problematica situazione economica e per le conseguenti difficoltà dei monaci di autogestirsi in maniera sufficiente. La commenda dovette accellerare il processo di decadenza, anche per il prevalere di interessi materiali, come attesta il tentativo di cessione dell'abbazia al vescovo di Terni [AST, ASCT I, Riformanze, b. 1660 bis, cc. 776v-777v; L. Silvestri , op. cit., II, s. 227]. L'ultima notizia relativa alla presenza di monaci a S. Benedetto risale all'anno 1507 [La notizia viene fornita dal Costanzi (ASNS, cass. s.n., San Benedetto, cc.s.n.), che riferisce a sua volta notizie tratte da alcuni rogiti di Pollidoro di Ser Antonio, notaio in Collestatte]: dopo di ciò gli abati continuarono ad essere nominati, ad attribuire i canonicati di S. Nicolò e a gestire le rendite [ASNS, Camerlengato, cass. 862, "Capodecime della selva di S. Benedetto", a. 1589; ibidem, cass. 932, "Perizia e stima di un castagneto in località S. Benedetto", 1784 ottobre 10; ibidem, cass. 938, "Notificazione per il taglio del castagneto in località S. Benedetto", 1797 gennaio 1. Cfr. ASNS, cass. s.n., T. Costanzi, San Benedetto, passim], mentre non c'è più alcun riferimento alla presenza di monaci e ad attività monastiche. Le cause che determinarono l'abbandono dell'abbazia da parte dei monaci possono essere state molteplici, in primo luogo lo stato di parziale abbandono e decadenza degli istituti monastici dopo l'istituzione della commenda secolare, ma è probabile che il motivo più immediato sia effettivamente da ricercarsi nel sacco dei Lanzi del 1527, quando il castello di Stroncone corse il rischio di essere depredato dall'esercito di Carlo V: è infatti possibile che le truppe, accampatesi nei pressi di Stroncone, si siano abbandonate a saccheggi, coinvolgendo anche l'abbazia [G.A. Guattani, Monumenti sabini descritti, Roma 1827-30, I, p. 195; Provincia di Terni, I Castelli. Materiali per una storia per luoghi del territorio, Terni 1980, p. 38.]. Questa teoria è riferita da un anonimo, che rielabora notizie probabilmente desunte da frate Arcangelo Contessi [F. Treccia , op. cit., p. 241, App. II.], il quale ci informa che circa 130 anni prima i monaci erano ancora presenti, i terreni ancora produttivi e le case di proprietà abbaziale all'interno di Stroncone ancora in piedi, sebbene parzialmente dirute. Nonostante l'abbandono, come detto sopra, i possedimenti continuarono a rendere agli abati commendatari, fino al passaggio, sullo scorcio del secolo XVIII, alla famiglia Gazzoli, che provvide alla definitiva spoliazione degli arredi sacri [Cfr. L. Lanzi , op. cit., tav. I, App. VII-VIII.].

L'evidenza archeologica e architettonica.

Il monastero versa attualmente in uno stato di profondo degrado e la lettura delle strutture è resa estremamente difficile dalla rigogliosa ed invadente vegetazione. Nonostante i rifacimenti, la pianta dell'intero complesso è probabilmente rimasta invariata, data anche la perfetta coincidenza con lo schema tipo del monastero benedettino desunto dalla prescrizione della Regola di S. Benedetto e dai versi di Gottfridus Vindonensis, in cui si prevede che alloggi, ambienti di servizio e chiesa siano tutti disposti intorno al chiostro [G. Zander, Abbazie e conventi, Milano 1973, pp. 181-183.]. Sparsi in vari punti intorno agli edifici abbaziali si riconoscono i resti del muro di cinta esterno, costituito da grossi blocchi irregolari assemblati a secco. La chiesa di S. Benedetto si presenta attualmente con una pianta a tre navate, di cui la centrale doppia rispetto alle laterali, ciascuna terminante con un'abside: la partizione interna era scandita da pilastri alternati a colonne, come si evince dagli scarsi resti visibili presso la navata destra. La disposizione simmetrica caratterizzante la parte ovest dell'edificio si interrompe al centro, culminando, sul lato est, in un'abside contrapposta alla precedente, elemento strutturale che costituisce indubbiamente il punto più interessante ma anche di più difficile comprensione; accanto a questa, sulla sinistra, si accede ad un ambiente quadrangolare absidato, che occupa la parte terminale della navata. Si è ritenuto opportuno iniziare l'analisi del monumento dalla parete nord (fig. 1,a-b; fig. 2), particolarmente significativa per la determinazione delle fasi costruttive dell'edificio. In essa si sono individuate complessivamente tre tecniche murarie:
a) una cortina in blocchetti di pietra sponga di dimensioni comprese tra i 30-33x35-40 cm, legati da malta giallastra poco resistente;
b) un secondo tipo costituito da pezzi di calcare grigio e bianco e di pietra sponga, frammenti di laterizio, legati da una malta simile alla precedente;
c) un terzo tipo costituito dagli stessi componenti ma di pezzatura più piccola e da moltissimi laterizi, legati da una malta giallastra medio-dura.
Il tipo di struttura muraria, a doppia cortina senza nucleo, determina profonde differenze tra l'esterno e l'interno della parete. Nel prospetto esterno la prima fase è costituita dalla muratura in blocchetti di pietra sponga (tipo a), conservata per tutta la lunghezza del muro per un'altezza massima di 10-11 filari, pari a 3,10 m circa dal piano di campagna (fig. 2,1). Particolare interessante è l'interruzione evidentemente intenzionale dei corsi a detta quota, come se la costruzione non fosse mai proseguita: è probabile quindi che la muratura sovrapposta sia da interpretarsi come il completamento - e non rialzamento - della struttura. Presso i limiti est ed ovest della parete alcuni blocchi, che risultano posti in opera in maniera sconnessa con l'inserzione sporadica di pezzi di laterizio (fig. 2,10-11), devono ritenersi appartenenti ad un'attività posteriore, forse conseguente ad alcune lesioni paramentali. La seconda fase è rappresentata dalla muratura di tipo b, nettamente distinguibile dalla precedente per dimensioni e natura dei componenti. Questa si conserva per un'altezza media di 1,30 m al di sopra dei filari in blocchetti di sponga e nella complessa sequenza di tamponature obliteranti l'ingresso originariamente esistente su questo lato (fig. 2,4-8). In un momento successivo la parete venne tagliata sul limite est dall'inserimento dell'ambiente quadrangolare D (fig. 1; fig. 2,c), intervento puntualmente riscontrabile anche sulla faccia interna del muro. L'ultima fase è rappresentata dalla cortina di tipo c (fig. 2,12), presente in una vasta zona a destra dell'apertura tamponata e interpretabile come risarcimento di una lacuna generatasi nella muratura in blocchetti: la lesione, in relazione con le analoghe situazioni precedentemente evidenziate sui limiti della (Fig. 1 - San Benedetto in fundis, Pianta della chiesa, rilievo del 1993, Fig. 2 - San Benedetto in fundis, Prospetto esterno della parte nord h11.5l12) parete, interessò anche lo stipite destro della porta tamponata, che in questa occasione venne completamente ricostruito, ma in una posizione avanzata rispetto all'originaria, riducendo la larghezza dell'apertura a 1,70 m. Il prospetto interno del muro presenta un numero inferiore di fasi costruttive, ma ciò non costituisce una difficoltà, trattandosi di un muro a doppia cortina. La parete risulta costruita, nella prima fase, interamente in blocchetti di sponga per un'altezza di 3-3,40 m dal piano di campagna, pari a 12 filari: la sua continuità è interrotta da quattro nicchie di altezza diversa, larghe da 45 a 50 cm e profonde 33 cm. L'impressione che la parte superiore della muratura in blocchi sia stata volontariamente interrotta alla quota conservata è, in questo caso, ancora più netta, rendendo sempre più plausibile l'ipotesi che la sovrapposizione della cortina di tipo b costituisca la semplice prosecuzione del lavoro. A 2,20 m di distanza dalla suddetta parete sono situati gli scarsi resti del colonnato nord. Sulla fronte dell'abside ovest è ancora visibile parte di una colonna (fig. 1,s) e della sua base (diam. 85 cm), conservata per un'altezza di circa 50 cm. Il materiale usato è ancora la pietra sponga in blocchetti appositamente sagomati a settore di cerchio. A 2,60 m ad est della colonna si notano le tracce di un pilastro quadrato (cm 85x85; fig. 1,t), realizzato in blocchetti di calcare grigio, aventi dimensioni medie di 10x20 cm. La sequenza regolare di sostegni si interrompe per poi riprendere, a 4,55 m dal pilastro t, con un muretto - la cui funzione portante deve essere accertata - conservato per circa 40 cm di altezza e 82 cm di spessore, costruito con blocchetti di calcare bianco dalle dimensioni di circa 15x25 cm. Tale struttura si salda alla base di un altro pilastro (fig.1,v), su cui si imposta un arco avente luce di 4,10 m. Entrambi i sostegni dell'arco, così come la ghiera, sono interamente realizzati in blocchetti di sponga, ma appena sopra la linea d'intradosso ricompare la cortina di tipo b. Questo dato, insieme alla presenza del pilastro t in blocchetti di calcare, potrebbe indicare, per le suddette strutture, l'appartenenza ad una fase successiva rispetto all'impianto della parete nord e della colonna s. Sul limite destro della navata nord è posto un vano voltato di forma quadrangolare (fig. 1,c), absidato ad est e illuminato da una stretta monofora. Sul lato sud dell'ambiente, che occupa, chiudendolo, lo spazio tra il pilastro v e il muro d, si trova l'originario accesso al vano, una porticina architravata larga 65 cm e alta circa 150 cm, risparmiata nella tamponatura dell'arco. Tale ambiente è sicuramente successivo all'edificazione della parete nord, sia perchè questa ne risulta tagliata, sia per la tecnica muraria utilizzata, che si discosta leggemente dal tipo b per la qualità dei componenti litici. Accanto a questo, sul lato est si colloca un'abside (fig. 1,f), contrapposta a quella principale ad ovest, ma non sullo stesso asse, come del resto tutto il settore est. Per quanto riguarda l'esame delle murature, l'abside è senz'altro il punto più interessante ma anche di più difficile lettura. La parte più bassa della struttura, fino ad un'altezza di circa 1,80 m, è realizzata in blocchi di pietra sponga, di dimensioni variabili tra i 36-48 cm di lunghezza e i 19-24 cm di altezza. La forma bassa ed allungata dei blocchi rende questa tecnica costruttiva completamente diversa dal tipo a, sebbene realizzata con lo stesso materiale, e ci induce pertanto a considerarla individualmente. La cortina in blocchi di sponga risulta contaminata, sugli spigoli destro e sinistro dell'abside, dall'inserzione di pezzi di calcare e laterizio, ricomponendosi poi in una tessitura abbastanza omogenea in corrispondenza di una monofora posta a 1,50 m circa da terra, a sinistra dell'abside: l'apertura, larga 50 e profonda 80 cm, con ghiera in laterizio, si presenta tamponata all'esterno. All'interno dell'abside e ai lati di questa si può osservare, subito al di sopra della fascia inferiore in blocchi, un evidente cambiamento di cortina, che ritorna ad essere del tipo b, eccetto nella ghiera dell'arco absidale, di nuovo in blocchetti di sponga. In base ad un primo esame della muratura è possibile attribuire la maggior parte delle strutture visibili ad un intervento relativamente tardo, nonostante l'uso della sponga, probabilmente blocchetti di riutilizzo e non di cava come quelli impiegati nella parte inferiore dell'abside. Passando al lato sud, i resti del colonnato si riducono ad un unico pilastro su cui si imposta un arco avente luce pari a 3,12 m (fig. 1,i): il sostegno, oltre a collocarsi in maniera vistosamente asimmetrica rispetto al suo corrispettivo sul lato opposto, se ne discosta anche per le dimensioni (85x55cm). Nel tessuto murario sono impiegati prevalentemente blocchetti di pietra sponga con l'inserimento di qualche pezzo di calcare: dal piano d'imposta dell'arco, evidenziato da una rozza cornice appena squadrata di calcare bianco, riprende la cortina di "tipo b" - tranne nella linea d'intradosso, nuovamente in sponga - che ritroviamo anche lungo tutto il muro perimetrale sud, interrotto in corrispondenza di un ingresso con funzioni di collegamento tra la parte monastica e la chiesa. La parete si ricongiunge infine alla zona absidale ovest [Una descrizione sufficientemente corretta è fornita da Angeletti (art. cit., p. 82), a cui si rimanda.], sicuramente la parte più integra, in cui ritroviamo l'uso costante dei blocchetti di sponga messi in opera accuratamente. Il punto chiave per una lettura cronologica dell'edificio sta indubbiamente nella presenza delle due absidi contrapposte, entrambe realizzate con una cortina in blocchetti di pietra sponga ma sostanzialmente differenti nelle dimensioni: di forma tendente al quadrato nell'abside ovest ("tipo a"), più bassi e lunghi ad est. è importante sottolineare che la pietra sponga, il materiale per antonomasia dell'edilizia ternana, non risulta attestata nel territorio di Stroncone, ambito in cui San Benedetto si colloca dunque come vera e propria "enclave". Questo dato ci permette di porre in relazione l'edificio con un gruppo di insediamenti direttamente gravitanti sulla conca Ternana (Collescipoli, Miranda, Rocca San Zenone e, parzialmente, Cesi) e sul corso del Nera (Papigno, Collestatte e Torre Orsina) [C. Perissinotto , op. cit., p. 33. è probabile che il percorso antico da noi individuato abbia svolto anche la funzione di veicolo di distribuzione del materiale edilizio.], accomunati dall'uso di questo materiale. La sponga venne usata senza soluzione di continuità dall'VIII al XIII secolo: nel caso della cortina di tipo a, la forma dei blocchetti lascia ipotizzare, sulla base di numerosi confronti, una datazione compresa tra il XII e il XIII secolo. Più difficile datare con certezza l'altra tecnica, che, per le caratteristiche modulari, trova scarsissimi confronti in strutture di pietra sponga [Corsi regolari di altezza simile ai nostri sono visibili nel corpo cilindrico della chiesa di San Salvatore, di epoca altomedievale (VIII-IX secolo); risultano inoltre interessanti le analogie con la tecnica muraria di blocchi di tufo attestata in alcuni edifici di area altolaziale (Tuscania, Viterbo, Cencelle), databili tra l'XI e la metà del XII secolo, in cui l'altezza dei corsi varia tra i 18 e i 23 cm. Cfr. D. Andrews, "L'evoluzione della tecnica muraria nell'Alto Lazio", in "Biblioteca e società", 6, 1982, p. 6.]. Si può tuttavia ipotizzare che tale muratura sia antecedente all'altra, anche in considerazione di alcune caratteristiche planimetriche dell'edificio. La sbaionettatura assiale riscontrabile tra i settori est ed ovest della chiesa, unitamente ad ad alcune vistose incongruenze nella scansione e nell'allineamento dei colonnati interni, lascerebbe infatti supporre il condizionamento da parte di qualche struttura preesistente, di cui l'abside est potrebbe rappresentare l'unico elemento ancora in vista. L'ipotesi che qui si vuole provvisoriamente avanzare è che la chiesa a tre navate costituisca l'ampliamento di un originario edificio a navata unica, sviluppatosi sul primitivo asse ma in direzione opposta, forse per motivi determinati da esigenze spaziali (costruzione della cripta?): significativa risulta, a tal proposito, la coincidenza dell'orientamento dell'abside est con quello dell'attigua chiesa di S. Simeone, anch'essa a navata unica e documentata fin dal 1012. Le asimmetrie osservate nella pianta e nell'alzato dell'edificio inducono ancora a riflettere. La più antica cortina muraria attestata, ossia quella in blocchetti di sponga ("tipo a"), è sostanzialmente presente in due zone dell'edificio, vale a dire nella zona absidale ovest e nella parete nord. Nel primo punto il suo impiego concorda pienamente con la prassi edilizia degli ordini monastici, in cui la costruzione delle chiese prendeva sempre avvio dall'abside, mentre per quanto riguarda il secondo punto, proponendoci di ricreare la dinamica costruttiva dell'edificio, potremmo pensare che, dopo la realizzazione del settore ovest, l'attenzione fu rivolta alla parete nord, in quanto lato rivolto verso l'esterno: peraltro la parete non fu completata, date le evidenti tracce di un'interruzione intenzionale dell'elevato, poi terminato con una tecnica muraria completamente diversa. èinfine probabile che a sud si provvide a tracciare con i blocchi solo il perimetro del muro, ipotesi purtroppo verificabile tramite indagini archeologiche, mentre ad est dovremmo immaginare esistenti le strutture della chiesa primitiva, per cui il nuovo edificio risultava sostanzialmente delimitato su tutti i lati e liturgicamente completo, esistendo la possibilità di officiare sia nell'abside preesistente che in quella della costruenda chiesa. Il quadro così delineato ci configura la costruzione come un'opera di fatto incompiuta, forse a causa di un profondo disagio economico vissuto dalla comunità monastica: a questo proposito non sembra azzardato proporre un collegamento con i dati forniti alle "Rationes Decimarum", che lasciano trasparire, nel corso del XIII secolo, una situazione finanziaria progressivamente critica per l'abbazia. èperaltro probabile che il blocco del cantiere si sia protratto per molto tempo, considerata la tecnica muraria di "tipo b": ad essa infatti, che rappresenta la ripresa dell'attività edilizia, si associano elementi come le monofore con ghiera in laterizio databili al pieno XV secolo. In questo momento furono inoltre completati la sommità della parete nord e i colonnati, si restaurò la zona absidale est, che venne inglobata in un corpo rettilineo, e si costruì la parete sud. La terza fase, di incerta determinazione cronologica, è rappresentata dall'ambiente quadrangolare, forse l'originario campanile successivamente adibito al culto, come testimonia la presenza dell'abside. Quest'interpretazione si raccorda perfettamente con la quarta fase, in cui venne costruito, sopra l'abside laterale, il campaniletto a vela che, per i caratteri stilistici, può essere datato al XVIII secolo. Diversi elementi lasciano ipotizzare che questa fase sia stata determinata dai danni prodotti da un evento sismico, come sembrano testimoniare profonde fessurazioni evidenziate all'interno dell'edificio nonché i vasti risarcimenti della cortina visibili sul prospetto esterno dell parete nord. Non è impossibile che questo ipotetico sisma, che dovrebbe anche aver danneggiato e messo fuori uso l'originario campanile, possa essere identificato con quello del 1703, che danneggiò tutto il comprensorio ternano e della Valle del Nera [A. Sansi , "Storia del Comune di Spoleto dal secolo XII al secolo XVII (seguita da alcune memorie posteriori"), 2 voll., Foligno 1879-1884, pp. 297, 299]. Analisi tipologico-stilistica San Benedetto si inserisce nel vasto e complesso panorama delle chiese umbre medievali, di cui ha tentato una prima classificazione R. Pardi nel suo lavoro del 1972 [R. Pardi, "Ricerche di architettura religiosa medievale in Umbria, Integrazioni e inediti", Perugia 1972], trascurando, tuttavia, gran parte degli edifici minori, soprattutto della provincia di Terni. Forse a causa delle oggettive difficoltà pratiche tuttora riscontrabili nel rilievo e nello studio del monumento e dovute alla sua non facile raggiungibilità, la chiesa è sempre stata ignorata dagli storici dell'arte ed esclusa da qualsiasi opera di carattere generale riguardante l'architettura religiosa. Di questa carenza si era accorto e rammaricato Martelli [G. Martelli, "Le più antiche cripte dell'Umbria", in "Atti del III Convegno di Studi Umbri", Perugia 1966, pp. 86-87; 91-92], che inserì qualche fuggevole annotazione nel suo scritto su S. Nicolò di Sangemini [G. Martelli, "La restaurata chiesa di S. Nicolò di Sangemini nel quadro dell'architettura romanica dell'Umbria Meridionale", in AA.VV., "La chiesa e l'abbazia di S. Nicolò a Sangemini", Sangemini 1967, pp. 38-40], promettendosi di studiarla più approfonditamente in seguito. La singolarità delle due absidi contrapposte distingue la chiesa di S. Benedetto nella moltitudine degli edifici sacri umbri, rendendola indubbiamente un "unicum", almeno allo stato attuale delle conoscenze: tale particolare è comunque noto altrove in Italia. Tralasciando volutamente Farfa, la cui qualifica di abbazia imperiale rende ideologicamente improponibile qualsiasi confronto con la nostra [Risulta inaccettabile l'ipotesi di Angeletti (art. cit., p. 84), che attribuisce alle due absidi un valore "politico", come indicatori della 'duplice funzione dell'impero franco, difensore nello stesso tempo del "regnum" e del "sacerdotium". Un organismo simile presupporrebbe, tra l'altro, la presenza del "westwerk", struttura non attestata nel nostro esempio.], si hanno attestazioni in ambiente lombardo (S. Pietro a Civate), in cui la doppia abside ha sicure motivazioni liturgiche, a Pisa (S. Piero a Grado) e in Sardegna (S. Gavino a Porto Torres), esempio in cui è accertata la dipendenza del fenomeno di duplicazione in seguito ad una inversione dell'orientamento dell'edificio [Le notizie relative a questo monumento, ancora inedito, sono state cortesemente fornite dalla prof. L. Pani Ermini.]. Proprio in questa casistica si intende comprendere S. Benedetto, interpretando l'abside est come la parte superstite di un edificio più antico, conservata per motivi di culto, a cui è stata sovrapposta la chiesa a tre navate. L'ipotesi di una originaria struttura a navata unica trova riscontro nella grande diffusione di questa tipologia in tutto il territorio ternano. Un confronto immediato viene fornito anche dalla prossima S. Simeone, che, nonostante i successivi rifacimenti, ha mantenuto intatta l'originaria struttura mononave, mentre a Terni, in particolare, la ritroviamo in numerose piccole chiese quali S. Cristoforo, S. Marco, S. Giuseppe, S. Tommaso. Per quanto riguarda la chiesa a tre navate, la presenza delle tre absidi terminali non sembra molto diffusa in Umbria: l'esempio più antico sembrerebbe essere l'abbaziale di Petroia della metà del XI secolo, in cui, come suggerisce Pardi, la soluzione potrebbe essere determinata dall'esigenza, propria degli edifici monastici, di suddividere lo spazio tra officianti e fedeli. In ambito periferico ritroviamo le stesse caratteristiche in San Ponziano e Sant'Eufemia a Spoleto, databili tra il XII e il XIII secolo, che presentano, sebbene in forme più elaborate, gli stessi elementi di derivazione lombarda con lesene e archetti pensili. Questi ultimi risultano accolti in maniera semplificata nella chiesa di San Benedetto, forse indicando una maggiore antichità della costruzione, data anche la mancanza di influssi goticheggianti, oppure testimoniando la persistenza di un romanico attardato, ancora vivo in Umbria meridionale sullo scorcio del XIII secolo. I motivi degli archetti e delle lesene risultano adoperati nella chiesa di San Salvatore e di Sant'Alò a Terni [AA.VV., "Manuali per il territorio, Terni. I.", Roma 1980, pp. 171-177.] e Santa Pudenziana di Visciano [G. Castelfranco, "Chiese protoromaniche nei dintorni di Narni", "Bollettino d'Arte", XXV, 1931-32, pp. 262-272.], emtrambe attribuite al XI-XII secolo: aspetto caratteristico è invece la monofora a triplo strombo, elemento che non trova riscontro nelle immediate vicinanze. All'interno, il motivo dell'alternanza di pilastri e colonne è confrontabile con S. Nicolò a Sangemini, Sant'Alò a Terni e Santa Pudenziana di Visciano, databili all'XI-XII secolo, qualificandosi come tratto stilistico tipico di un'area ristretta e assai poco comune nel resto della regione. Pochi confronti presenta anche la cripta, assimilabile, per le dimensioni ridotte, a quella di San Lorenzo di Galliano presso Città di Castello, datata all'XI secolo [G. Martelli, "Le più antiche cripte dell'Umbria", cit., p. 340.]. La sopraelevazione del presbiterio, determinato dalla presenza della cripta, trova riscontro nella vicina Santa Pudenziana di Visciano e, nella Sabina, a Santa Maria di Fianello e a Santa Maria in Vescovio, in cui compaiono anche la solea e la cathedra episcopalis [C. Montagni, L. Pessa, "Le chiese romaniche della Sabina", Genova 1983, pp. 35-68; 113-121.]: è peraltro interessante notare come la sobrietà della decorazione accomuni San Benedetto a queste ultime piuttosto che alle chiese narnesi, maggiormente ricche di ornamentazione. Da questa breve panoramica sull'architettura religiosa dell'Umbria e, in particolare, della zona meridionale al confine sabino, ricaviamo utili elementi di confronto che, insieme all'analisi delle strutture murarie e delle fonti a disposizione, permettono di datare con una certa sicurezza nell'ambito del XII secolo [Cfr. anche G. Martelli, "La restaurata chiesa di S. Nicolò a Sangemini", cit., p. 40] la fase iniziale della chiesa a tre navate.

Abbreviazioni bibliografiche e sigle

ASCN Archivio Storico del Comune di Narni
ASCT Archivio Storico del Comune di Terni
ASNS Archivio Storico Notarile di Stroncone
AST Archivio di Stato di Terni
CCT Cessato Catasto Terreni
I. Giorgi, U. Balzani (a cura di), "Il Regesto di Farfa di Gregorio di Catino", 5 voll., Roma 1879-1914.


Indice Memoria Storica On Line